Visse due volte. O forse una sola. Una vita precedente all'assassinio di suo figlio e una successiva. Oppure solo quella successiva. Vedetela come volete. La filosofia qui c'entra poco. Il pensiero no. Quello conta più di ogni altra cosa e nessuno può imprigionarlo o violarlo. Specialmente se a difenderlo è una persona- donna o uomo che sia- come lei. Felicia Bartolotta Impastato. Troppo facile definirla mamma coraggio. Lei, moglie di Luigi Impastato e cognata del boss Cesare Manzella, ma soprattutto madre col cuore sanguinante per la morte di un figlio rivoluzionario. “Pioveva il giorno in cui uccisero il figlio mio”. Comincia così il racconto della fine del “sangue del suo stesso sangue”, ridotto a brandelli dalla mafia. Terrorista secondo i perbenisti della borghesia, semplicemente un comunista per il resto dei cinisari. Quelli, per intenderci, per i quali la Casa della Memoria è piazzata lì, su quel Corso, quasi come un oggetto misterioso non meglio identificato che da fastidio e vorresti rimuovere. Quel Peppino Impastato sbriciolato fisicamente e disintegrato dalle parole dei faciloni che nascondono la montagna dietro un dito. E la rivedo quella montagna: alta, imponente, maestosa. Quella “muntagna accussì auta” sotto la quale è stato costruito un aereoporto e persino una terza pista, espropriando le terre dei contadini. Oggi quell'aereoporto si chiama “Falcone-Borsellino”. Riflessioni di un viandante sperduto. Nient'altro. Solo riflessioni tra me e la mia essenza. Dentro la Casa della Memoria, ogni cosa parla di Peppino. E ogni cosa racconta di Felicia. Di quella donna che ha capito il pensiero di suo figlio ed è uscita dagli arcaici schemi che imprigionano le donne di Sicilia. Quella donna che, per anni, ha ricordato e fatto ricordare che suo figlio è stato assassinato dalla mafia. Il 9 maggio del 1978. Non chiamatela mamma coraggio. La imprigionereste in uno schema troppo limitato. Felicia è la classica donna siciliana che tale è rimasta nella sua esteriorità: con i vestiti neri, segno del lutto, con i suoi tratti da abitante di quest’Isola. Ma dentro Felicia ha saputo andare oltre gli schemi mentali e gli stereotipi. L'ha fatto nel nome del figlio. Ciao Felicia sta scritto su un giornalino che mi hanno regalato in quella casa l’anno scorso. Ciao Felicia. Non donna Felicia o mamma Felicia o signora Felicia. Ciao Felicia. Due parole. Un saluto- il più semplice di tutti- e il suo nome. Per salutare una donna che ha dimostrato alle madri siciliane come si è madre. Che ha dimostrato alle donne siciliane che bisogna prendere coscienza di quello che c'è attorno a loro per combatterlo, anche a costo di mettersi contro mariti e parenti. Che ha dimostrato a Voi, donne di Sicilia, quanto importante sia il vostro contributo nella lotta alla mafia. Il vostro e quello dei vostri figli...
Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente, misteriosa mafia svanirà come un incubo (Paolo Borsellino)
... Ci sono stati uomini che hanno continuato nonostante intorno fosse tutto bruciato perchè in fondo questa vita non ha significato se hai paura di una bomba o di un fucile puntato... (Pensa - Fabrizio Moro)
Liberiamo la nostra Isola...Facciamo crescere il coraggio della denuncia!!!
L'INFORMAZIONE CHE VORREI...
Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. (Giuseppe Fava)
Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. (Giuseppe Fava)
giovedì 14 febbraio 2008
Chi era (Chi é) Felicia Bartolotta Impastato
Visse due volte. O forse una sola. Una vita precedente all'assassinio di suo figlio e una successiva. Oppure solo quella successiva. Vedetela come volete. La filosofia qui c'entra poco. Il pensiero no. Quello conta più di ogni altra cosa e nessuno può imprigionarlo o violarlo. Specialmente se a difenderlo è una persona- donna o uomo che sia- come lei. Felicia Bartolotta Impastato. Troppo facile definirla mamma coraggio. Lei, moglie di Luigi Impastato e cognata del boss Cesare Manzella, ma soprattutto madre col cuore sanguinante per la morte di un figlio rivoluzionario. “Pioveva il giorno in cui uccisero il figlio mio”. Comincia così il racconto della fine del “sangue del suo stesso sangue”, ridotto a brandelli dalla mafia. Terrorista secondo i perbenisti della borghesia, semplicemente un comunista per il resto dei cinisari. Quelli, per intenderci, per i quali la Casa della Memoria è piazzata lì, su quel Corso, quasi come un oggetto misterioso non meglio identificato che da fastidio e vorresti rimuovere. Quel Peppino Impastato sbriciolato fisicamente e disintegrato dalle parole dei faciloni che nascondono la montagna dietro un dito. E la rivedo quella montagna: alta, imponente, maestosa. Quella “muntagna accussì auta” sotto la quale è stato costruito un aereoporto e persino una terza pista, espropriando le terre dei contadini. Oggi quell'aereoporto si chiama “Falcone-Borsellino”. Riflessioni di un viandante sperduto. Nient'altro. Solo riflessioni tra me e la mia essenza. Dentro la Casa della Memoria, ogni cosa parla di Peppino. E ogni cosa racconta di Felicia. Di quella donna che ha capito il pensiero di suo figlio ed è uscita dagli arcaici schemi che imprigionano le donne di Sicilia. Quella donna che, per anni, ha ricordato e fatto ricordare che suo figlio è stato assassinato dalla mafia. Il 9 maggio del 1978. Non chiamatela mamma coraggio. La imprigionereste in uno schema troppo limitato. Felicia è la classica donna siciliana che tale è rimasta nella sua esteriorità: con i vestiti neri, segno del lutto, con i suoi tratti da abitante di quest’Isola. Ma dentro Felicia ha saputo andare oltre gli schemi mentali e gli stereotipi. L'ha fatto nel nome del figlio. Ciao Felicia sta scritto su un giornalino che mi hanno regalato in quella casa l’anno scorso. Ciao Felicia. Non donna Felicia o mamma Felicia o signora Felicia. Ciao Felicia. Due parole. Un saluto- il più semplice di tutti- e il suo nome. Per salutare una donna che ha dimostrato alle madri siciliane come si è madre. Che ha dimostrato alle donne siciliane che bisogna prendere coscienza di quello che c'è attorno a loro per combatterlo, anche a costo di mettersi contro mariti e parenti. Che ha dimostrato a Voi, donne di Sicilia, quanto importante sia il vostro contributo nella lotta alla mafia. Il vostro e quello dei vostri figli...
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento